Le tesimonianze


Ricordo di Letizia e Michele Gobbo

RICORDO di LETIZIA e MICHELE GOBBO - Tratto da:" ...e, a Sessano, venne a trovarci... la guerra". A cura dell'associazione Sessano 50 Borgo Podgora - Latina.

  • Come avete accolto la notizia della guerra, quando è scoppiata nel 1939?
Noi ricordiamo solo lo sbarco di Anzio a gennaio 1944.
  • Cosa ricordate di quella notte?
Quella notte sentivamo tanto rumore, come un bombardamento. Mio marito dice: "Vedrai che è lo sbarco!". La mattina abbiamo visto venire avanti lungo l'argine del canale due o tre Americani, in fila indiana. Sono venuti avanti a noi, perchè volevano arrivare ai ponti. Sono arrivati al ponte e i tedeschi li hanno fatti prigionieri. Poi i tedeschi sono venuti da noi per vedere se avevamo americani in casa. Più tardi sono arrivate altre pattuglie di americani che hanno minato dappertutto i ponti e poi hanno incominciato a bombardare dall'aereo in perlustrazione, hanno bombardato anche vicino alla porta della nostra stalla ed è morta una mucca. Gli americani dall'aereo avevano lanciato dei volantini dove c'era l'ordine di non uscire di casa per nessuna ragione.
  • Quanto tempo siete rimasti in casa dopo lo sbarco?
Siamo andati subito a Borgo Bainsizza lo stesso giorno, per la paura.
  • Quanto tempo siete rimasti a Bainsizza?
Dopo qualche giorno i soldati ci hanno portato ad Anzio e qui siamo stati pochissimo poi ci siamo imbarcati su una nave diretta a Napoli. A metà viaggio avevano bloccato la nave, perchè dicevano che c'erano i sottomarini che avrebbero silurato la nave. Quando siamo arrivati a Napoli, ci hanno condotto ad Avellino e poi a Dentecane.
  • Chi vi ha detto di tornare a casa?
Noi da soli abbiamo deciso di tornare. C'era il grano maturo nei campi. La casa era rotta anche gli scalini per andare sopra e le finestre.
  • Il Borgo come si presentava?
Era tutto rotto, le case a terra, c'era solo distruzione.
  • Come avete cercato di sistemare la casa?
Abbiamo cercato di tappare i buchi più grossi e siamo andati a prendere porte e finestre al canale, ma non abbiamo trovato le nostre e abbiamo preso quello che c'era.
  • Qual'è stata la più brutta situazione in cui vi siete trovati nel periodo della guerra?
Erano tutti brutti momenti, la fame, la paura, senza vestiti, dormire nella paglia senza coperte, tutti insieme. Erano momenti duri. Nei primi tempi eravamo 24 in famiglia. Quando siamo venuti a stare qui con i nostri figli, la gente ci aveva dato qualche gallina, provavamo a metterle a covare e morivano sempre. E io ero disperata perchè speravo di raccimolare qualcosa dal pollaio.


Testimonianze di cittadini cisternesi

Ecco alcune testimonianze di cittadini cisternesi tratte da:
"Centosei giorni di ricordi" Di Flavio Pietrantoni

"Il 22 gennaio 1944 non ci rendevamo conto di ciò che stava succedendo, vedevamo gli aerei inglesi che mitragliavano quà e là . Da Nettuno arrivavano cannonate in continuazione, molte cadevano qui nelle vicinanze, mio padre era spaventatissimo". Luigina Russo

"La mia triste storia di guerra iniziò il pomeriggio del 22 gennaio 1944. Mi trovavo in strada, con la bicicletta per andare a comprare il pane, vidi degli apparecchi che sorvolavano Cisterna. Prevedendo un bombardamento, impaurita, caddi dalla bicicletta e mi feci male a un piede e alla gamba. I miei appena videro in che stato ero volevano portarmi dal dottore, io però non volli andarci perchè avevo paura. La mattina dopo mio padre ci disse che dovevamo andar via insieme ad altre famiglie, perchè le cose si mettevano male. La notte quindi la passammo in una vecchia casa di campagna". Pierino Sterpetti

"Avevo 18 anni. Il giorno dello sbarco ad Anzio e Nettuno, con alcuni miei amici, muniti di grammofono ci siamo diretti alla scala centrale di Palazzo Caetani, per ballare e festeggiare il grande avvenimento, sicuri che per Cisterna non c'era nulla da temere. Un giovane tra noi portava il cannocchiale, decidemmo così di portarci in cima alla Torre per vedere lo sbarco. Vedemmo infatti delle navi della Marina Americana. Contenti di questo fatto, ballammo".


La storia di Tito Gentili

Questa vicenda accaduta a Titp Gentili mette in evidenza la solidarietà e la cooperazione che si svilupparono all' interno del gruppo dello stesso rifugio.

"E' la prima volta che ho il coraggio di parlare di un fatto accadutomi durante il periodo della guerra. Durante quel periodo, scavai una nicchia -rifugio della mia famiglia- che dava sempre su via C. Alberto, ma trenta metri circa dall'entrata della grotta dove eravamo. Una notte fece un irruzione il Comando Tedesco, parte in borghese. Quelli in borghese scesero nella grotta mentre i militari si schieravano con i fucili spianati all'entrata della grotta. Cercavano un certo "Giovanni il fornaio" per catturarlo. All'infuori di me, tutti gli altri riuscirono a tagliare la corda. Presero me al posto di Giovanni, dissero per una forte somiglianza con questo. Fui spinto a malo modo fuori dalla grotta, e tra le urla della gente fui rilasciato. Cercando di far capire loro che io non ero quel Giovanni, ma Tito Gentili. Dopo circa un'ora ritornarono. Fui preso a forza e condotto fuori della grotta nella piazzetta di Largo del Teatro. Mi diedero un arnese invitandomi a scavare una fossa e due pezzi di legno per fare una croce, dicendomi di scrivere "Tito Gentili". Capii subito che volevano fucilarmi e lo capì anche tutta la gente che intanto era uscita dalla grotta e allora fra pianti e urla disperate, cercarono di sviare i tedeschi e mi fecero scendere nella grotta. A gambe levate scappai presso una grotta in via dell'Anello, dove fui costretto ad andarmene per paura di qualche rappresaglia tedesca. Capii subito che non mi vedevano di buon occhio, consapevole di cacciare nei guai qualsiasi persona che mi avrebbe aiutato. Però un certo Lorenzo Incocciati mi fece nascondere in un sacco e lasciato all'aperto tra un cumulo di macerie. Rimasi così per sette giorni. Lo stesso Incocciati mi portava da mangiare. Passati sette giorni, mi feci la barba, mi tagliai i capelli a zero, e camuffato da donna tornai nella grotta in via C. Alberto, dalla mia famiglia. Mi resi conto che le ricerche nei miei confronti non erano cessate, interessai delle conoscenze, che mi procurarono un permesso speciale, e me ne andai cos' a Trevi nel Lazio, lasciando Cisterna il 18 Marzo 1944".


Flavio Pietrantoni

Tratto dal libro:"Centoventisei giorni di ricordi"

Poco lontano da noi c'era un pagliaio e dietro c'erano quattro tedeschi con la mitraglia spianata che sparava in continuazione. Poi stavano a guardare da uno spiraglio della finestra, a un certo punto arrivò una bomba incendiaria che colpì in pieno quei quattro ragazzi facendoli saltare in aria. Ci stringemmo in un urlo; ad un tratto sentimmo bussare alla porta, aprimmo e quattro tedeschi portarono i feriti gravi, li misero sui nostri materassi e somministrate le prime cure andarono via, dicendoci a gesti che sarebbero tornati a prenderli, ma non tornarono più. A me faceva tanto pena vederli soffrire, gli prestai le cure necessarie, ma potevo far poco, gli davo da bere, da mangiare, li sollevavo da terra, uno aveva vent'anni e l'altro era un dottore che non poteva curarsi neanche le sue ferite. Strillavano giorno e notte, uno chiamava sempre due nomi, Silvia e Chiar, io di tedesco ne capivo poco, ma compresi che chiamava la moglie e il figlio dicendo che lui moriva. Io ero sgridato da tutti perchè mi dicevano di lasciarli morire di sete, ed io rispondevo: "Sono di carne ed ossa come noi, e sono stati soldati, se anche i vostri figli fossero feriti nelle stesse condizioni in Germania sareste contenti se li trattassero male?". Dopo tre giorni che erano con noi, il dottore mi fece capire che doveva essere medicato, io gli tolsi il panno che aveva sulla pancia pieno di sangue e pensai come facesse a resistere a quel dolore, aveva un buco nella pancia grande come una mano, gli si vedevano gli intestini, aveva il braccio spezzato e tre dita mancanti. L'altro aveva una gamba rotta in tre parti e sputava continuamente sangue... All'alba ci trovammo in mezzo agli americani che presero in consegna i tre tedeschi.